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Un frammento di bilitonite dalla superficie nera e lucida, percorsa da solchi profondi e da cavità arrotondate che catturano la luce come piccole gocce di vetro. Nero pieno guardandolo di fronte, con bordi che accennano a un rossastro caldo in controluce.
La texture scavata non è opera dell'uomo: le tektiti indonesiane arrivano in superficie sepolte nei sedimenti, e l'acqua acida del suolo corrode il vetro nel tempo. Il risultato sono le tipiche vaschette e le creste taglienti che si vedono qui, con qualche zona più liscia dove la corrosione è stata meno insistente. Ogni depressione ha un profilo diverso, e questo rende la superficie irripetibile.
Sull'isola di Belitung queste tektiti sono note come batu satam e vengono recuperate dagli scavi per lo stagno, dove compaiono nei livelli alluvionali. La bilitonite indonesiana appartiene al campo australasiatico, il più esteso del pianeta: vetro naturale prodotto da un impatto e poi disperso su migliaia di chilometri. A Belitung il nome è talmente radicato da comparire nel simbolo della città.
Un pezzo così serve a mostrare la scultura naturale della corrosione, non la forma geometrica. Chi mette insieme una serie di tektiti lo affianca volentieri a moldaviti e indochiniti per confrontare colore e grado di attacco superficiale. Maneggiabile con due dita, si legge bene anche a occhio nudo.
Bilitonite "Batu Satam" 2,5g – Belitung, Indonesia - BI024
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