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Un saffordite grezzo dalla forma a goccia irregolare, con superficie grigio-bruna opaca punteggiata di piccole cavità e depressioni arrotondate. I bordi sono smussati, senza spigoli vivi: il profilo si assottiglia verso l'alto e si allarga in una base tondeggiante.
Guardando il pezzo si notano diverse concavità poco profonde, alcune circolari e altre allungate, distribuite in modo casuale su tutta la faccia visibile. Sono il risultato della lunga permanenza del vetro nei sedimenti desertici: acqua e agenti chimici attaccano il materiale in modo selettivo, incidendo fossette e piccoli solchi. Alcuni punti chiari, quasi biancastri, corrispondono a residui di matrice rimasti nelle depressioni.
La saffordite prende il nome da Safford, nel sud-est dell'Arizona, dove viene raccolta in superficie nei terreni arido-desertici. Appartiene ai vetri naturali della famiglia delle tektiti e si presenta tipicamente in ciottoli scuri, opachi in luce riflessa ma capaci di lasciar passare tonalità brune o violacee in controluce quando lo spessore è ridotto.
Nel grezzo il valore documentario sta nella superficie intatta: fossette, patina e profilo eroso raccontano la storia del ritrovamento meglio di qualsiasi lucidatura. Nella tradizione dei cristalli la saffordite è conosciuta anche come Cintamani ed è tra i materiali più ricercati da chi lavora con le tektiti in meditazione.
Saffordite 4,1g – Safford, Arizona, Stati Uniti - SF050
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SF050
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