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Un philippinite grezzo dal profilo tondeggiante, quasi a nocciolo di frutto, percorso da un solco profondo che divide la superficie in due lobi. Il nero è totale, opaco, interrotto solo dai riflessi lucidi che affiorano lungo la fessura centrale.
La scanalatura mediana non è un difetto ma una traccia di formazione: le tektiti filippine, modellate durante il volo balistico e poi corrose dai suoli tropicali, conservano spesso incavi, gole e depressioni allungate. Qui il solco corre da un margine all'altro e mostra pareti più lisce e vetrose rispetto al resto, dove la corrosione ha lasciato una pelle butterata e ruvida.
Sui fianchi si contano decine di cavità circolari e piccoli crateri, alcuni allungati in scanalature parallele. È la scultura chimica prodotta da millenni di permanenza nei suoli acidi di Luzon: l'acqua ha attaccato il vetro punto per punto, arretrando le zone più esposte. Le aree grigiastre e opache sono residui di questa alterazione, mentre nei punti puliti riemerge il nero vetroso originario.
La philippinite delle Filippine appartiene al campo sparso australasiatico, il più giovane e vasto tra quelli conosciuti. Un esemplare a due lobi con solco netto è più ricercato dei ciottoli lisci, perché racconta in modo leggibile sia la fase di volo sia la lunga corrosione successiva.
Philippinite 36,1g – Luzon, Philippines - FI019
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FI019
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