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Un bilitonite grezzo dal profilo tondeggiante, quasi discoidale, con una superficie nera percorsa da incavi profondi e cavità circolari che sembrano scavate una dentro l'altra. Contro la luce alcuni bordi lasciano intravedere riflessi bruno-rossastri.
La faccia in vista è dominata da due depressioni circolari nette, una in alto a sinistra con un foro centrale, l'altra sul lato destro accompagnata da piccole bucature allineate. Tutto intorno la superficie è irregolare, a bolle schiacciate e solcature parallele: sono le tracce lasciate dalla corrosione chimica del suolo tropicale, che negli anni ha inciso il vetro seguendo le linee di flusso interne. I margini risultano frastagliati, con spigoli lucidi e rientranze profonde.
Sull'isola di Belitung gli abitanti chiamano queste tektiti batu satam, la pietra nera che le vecchie miniere di stagno restituivano insieme al minerale. Il nome bilitonite deriva dalla grafia coloniale dell'isola, Billiton. Come tutte le tektiti, il materiale nasce dalla fusione di rocce terrestri proiettate in aria dall'impatto di un corpo cosmico, poi solidificate in vetro durante la ricaduta.
In una bilitonite indonesia contano la profondità della scultura superficiale e l'integrità del profilo. Qui la corrosione ha lavorato a fondo senza frammentare il pezzo, che resta compatto e maneggevole in mano, con le due cavità principali a fare da segno distintivo immediatamente riconoscibile.
Bilitonite "Batu Satam" 27,2g – Belitung, Indonesia - BI114
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BI114
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